mercoledì 15 febbraio 2012

Stânga Nistrului (Hardcore Moldovenesc part IV)


Sveglia con un lieve mal di testa al sapore di Kvint. Il tempo di una doccia e Vlad mi chiama: è su Strada Arborilor con la sua Skoda, mi aspetta. Facciamo conoscenza, lui parla molto bene italiano perché ha vissuto in nord Italia. Viene da Ungheni, la città dove passa l'unico confine ferroviario, mi racconta che il paese, prima che Stalin "dividesse il mondo", si sviluppava su entrambe le rive del Prut. Prendo un ceai, un tè nero, lo pago cinque lei moldavi, praticamente trenta centesimi, e ci mettiamo in marcia verso Tiraspol'. Vlad lavora per una televisione di Chișinău, mi dice che la radio che fa capo alla loro emittente è l'unica che non viene coperta in territorio transnistriano (i confini si tracciano anche a livello di telecomunicazioni). Cerca di riassumere la politica di questo lembo strettissimo di terra che pretende di essere una nazione indipendente e le speranze di apertura per l'elezione del nuovo presidente che ha sostituito, dopo venti anni ininterrotti, il padre-padrone Smirnov. Arriviamo alla vama, la frontiera, di Bender che per la Moldova è solo una frontiera interna. Sono tanti i racconti sulla corruzione e sull'arbitrarietà delle guardie del confine transnistriano e un po' di preoccupazione c'è. Va più liscia del previsto: ci fermano, ci chiedono i nostri passaporti, ce li restituiscono e ci fanno parcheggiare poco più in là, sotto gli occhi indifferenti dei tanti cani randagi che popolano la dogana transnistriana. Entriamo in una guardiola dove compiliamo un modulo in duplice copia: una da consegnare immediatamente, l'altra da tenere con noi fino a quando ripasseremo la frontiera. Se stai più di tre giorni, è necessario andare a registrarsi agli uffici dell'immigrazione della capitale Tiraspol'. Benvenuti in Transnistria o, come la chiamano in russo, Pridnestrov'e o PMR (Pridnestrovskaja Moldavskaja Respublika). In Moldova, per non darle la dignità di una nazione, la regione viene chiamata semplicemente Stânga Nistrului, la sinistra del Nistro.


Ci fanno partire. Siamo a Bender - per i moldavi Tighina - siamo in Transnistria, siamo in una nazione che non c'è. Bender, la città di confine, ci accoglie con i primi simboli pseudo-comunisti, con lo stadio della Dinamo Bender e con mille e più negozi e distributori Sheriff, il marchio che in Transnistria è onnipresente e a cui fa capo, secondo alcuni, il nuovo presidente Ševčuk. Bender è l'unica città Transnistriana a trovarsi al di qua del Nistro, sulla sponda destra. Il ponte che la congiunge con la capitale Tiraspol', percorso dai vecchi filobus sovietici, è stato teatro degli scontri tra l'esercito moldavo e l'esercito transnistriano nei primi anni '90. Nel 1990, quando era chiara la volontà di secedere dall'Unione Sovietica da parte della Repubblica Socialista Moldova – sottolineata anche dalla decisione del governo di Chișinău di non utilizzare più l'alfabeto cirillico per scrivere la propria lingua – la popolazione a maggioranza russa e ucraina della riva sinistra del Nistro iniziò a preoccuparsi per la volontà di derussificazione. La striscia di terra tra il confine con l'Ucraina e il Nistro dichiarò la propria indipendenza e sovranità e per difendere la stessa combatté con l'esercito moldavo. A fianco dei secessionisti transnistriani si schierò la Quattordicesima Armata della Guardia dell'Armata Rossa, sia per questioni prettamente geopolitiche sia per salvaguardare il controllo sull'enorme arsenale presente sul territorio della piccola Repubblica che non c'è. Secondo molte fonti, tra cui ispettori ONU spesso rimbalzati alla frontiera, su quelle armi e sulla fornitura di gas garantita da Mosca, si fonda l'economia del paese, dipinto da molti come un buco nero e un crocevia per il contrabbando di droga, persone e – soprattutto – armi.


Nonostante la fama, Tiraspol' sembra una città tranquilla, piena di centri commerciali a smentire chi parla dell'ultima repubblica sovietica ancora esistente, eppure ancora così ricca di simboli comunisti. Al nostro ingresso a Tiraspol' ci accoglie, oltre agli onnipresenti filtri e posti militari presidiati da militari russi, lo stadio dello Sheriff Tiraspol', talmente grande e moderno che perfino la nazionale moldava ci ha giocato. Lo Sheriff Tiraspol' invece per quasi tutto lo scorso decennio ha portato a casa la maggior parte dei titoli nazionali del campionato moldavo. Il centro di Tiraspol' invece è segnato dalla – bellissima – statua di Lenin, una delle poche ancora presenti al mondo, là dove la Ulica 25 Oktober si riversa in Ulica Suvorova. Lenin posa il suo sguardo sul memoriale per la guerra del 1992: Vlad ironizza sul fatto che il memoriale rechi scritto "Alle vittime dell'aggressore" e sulla fiamma, mantenuta viva con il gas di Mosca. Mentre mi scatta una foto vicino al carro armato sovietico che troneggia di fronte al memoriale, una signora di mezz'età ci bestemmia dietro qualcosa in russo. Vlad mi dice solo: "Non lo so, io ero lontano dal confine, loro erano qua. Probabilmente loro la guerra l'hanno sentita molto di più". Visitiamo una stupenda chiesa ortodossa e il mercato locale, così simile a quello di tante altre nazioni est europee. Cambio qualche lei moldavo in rubli transnistriani e il megafono continua a recitare una frase che si conclude con le parole Ulica Karla Marxa, via Karl Marx. Non siamo in un paese comunista, non più, ma ancora esiste un Soviet Supremo.


Andiamo a zonzo per la città, imbattendoci anche nell'ambasciata più curiosa al mondo: sono due bandiere che pochi riuscirebbero a riconoscere, quelle delle uniche due nazioni che riconoscono la Transnistria. Si tratta di altre due repubbliche de facto indipendenti, ma che non hanno alcun riconoscimento internazionale: l'Abcasia e l'Ossezia del Sud. Continua a colpire la forte presenza militare. Vlad sostiene che questa situazione convenga solamente ai russi, che vogliono mantenere un piede qui e che le cosiddette forze di pace mandate da Mosca sono in realtà il più grande pericolo per la stabilità della regione. Dice che in qualsiasi momento può scoppiare una guerra in Transnistria: in dicembre un ragazzo moldavo ubriaco non si è fermato a uno dei filtri stradali e un soldato russo gli ha sparato e l'ha ucciso, causando un ulteriore stallo diplomatico. Vlad spera che con  Ševčuk cambi qualcosa: è troppo difficile per lui che la gente vicina al confine debba affrontare continuamente le difficoltà dovute all'attraversamento della frontiera, all'utilizzo di una valuta che fuori dai confini non vale nulla, di targhe e passaporti che non vengono riconosciuti dalla comunità internazionale. Come se non bastasse, la questione transnistriana impedisce alla Moldova qualsiasi possibilità di integrazione europea, il tutto in nome di una questione la cui non risoluzione, secondo Vlad, giova soltanto al governo russo.


Visitiamo un parco dedicato alla vittoria del 1945, Vlad si chiede come sarebbe stato se avessero vinto i tedeschi. Gli chiedo come era la vita in Moldova quando era una parte della Moldova, mi risponde che, quando chiedeva ai suoi nonni se fosse meglio quando c'erano i russi o quando c'erano i romeni, i nonni rispondevano: "Era meglio quando non c'era nessuno". Stiamo dirigendoci verso casa quando la polizia stradale transnistriana mette fuori la paletta. Vlad scende e per alcuni minuti resto solo in macchina. "Cazzo cazzo", fa Vlad rientrando in macchina, "sono corrotti cazzo". Prende cento lei moldavi, li piega e li infila in un documento. Dopo una manciata di secondi siamo già ripartiti. Curiosamente, una scena simile si ripeterà al di là del confine, al ritorno in Moldova: Vlad guida troppo veloce e la stradale lo fa accostare. La scena è identica: "Cazzo cazzo, anche questi sono corrotti", cento lei piegati nel documento e poi ripartiamo. Stavolta se non altro l'infrazione era reale. Torniamo verso Chișinău, ho ancora 25 rubli transnistriani in tasca e un sacco di dubbi che la visita alla città non ha sciolto. Vedo in lontananza la fortezza di Bender e sorrido vedendo dei pali da rugby mentre passiamo di nuovo di fianco allo stadio della Dinamo Bender: la Transnistria è l'ultimo posto dove pensavo di vedere un segno rugbistico da qualche parte. Alla dogana la trafila è un po' più lunga che all'andata: controllano il bagagliaio, i sedili, il portadocumenti – d'altronde stiamo uscendo dal "buco nero del contrabbando". Ci lasciamo la Transnistria alle spalle e le "Porte della Città" di Chișinău ci riaccolgono. La Transnistria sembra un sogno bislacco, continuo a guardare i 25 rubli e mi convinco che si, sono stato in una repubblica che non c'è.




martedì 14 febbraio 2012

Dincolo de granița (Hardcore Moldovenesc part III)

Sono in ex URSS, ho passato il Prut, quel piccolo fiume che divide il mondo europeo che guarda a Bruxelles da quello ex sovietico, ancora condizionato da Mosca. In un paese dove fino al 2009 era in carica il Partito Comunista e che si trova senza un presidente da due anni, incastrato in una crisi politica per la quale non si vede nessuna soluzione. Mi piace guardarmi intorno e cercare di trovare le differenze. Tanti passaggi a livello senza barriere, qualche scritta in cirillico che comincia a fare capolino, qualche carrozza con i cavalli parcheggiata in strada, i nomi delle città che, da romaneggianti, diventano più marcatamente russofoni, come Romanovca, Alexeevca, Agronomovca e Hristoforovca. Iuri morde l'asfalto sulla ripida ed innevata salita di Cornești, di cui ero stato avvertito, poco dopo un piccolo gommista che ha intitolato la sua impresa "Sampdoria". Viene quasi da chiedersi come riesca la maršrutka a inerpicarsi tra la neve, mentre il motore brontola sommesso.


Mentre il sole cala e il cielo si fa scuro, dopo circa quattro o cinque ore di viaggio, raggiungiamo finalmente Chișinău. La gente continua a salire e scendere a fermate non segnalate, io mi guardo intorno. Su un muro c'è scritto Moldova e România (di solito in Romania si scrive la stessa cosa, con la parola Besarabia al posto di Moldova), mentre qualcuno ha corretto con un not e ha disegnato una falce e martello con la scritta CCCP in rosso. Arriviamo all'autogara che si trova vicino alla piața, il mercato principale di Chișinău. Vado a fare una scheda telefonica moldava e chiedo indicazioni per l'ostello, me lo cercano su internet e mi dicono di prendere il bus. Chiamo Vlad, il mio contatto a Chișinău e mi dice che posso andare a piedi: basta raggiungere il Bulevardul Ștefan cel Mare și Sfînt, il viale principale che dista duecento metri dalla stazione, e dovrei vederlo. Peccato che abbia capito che stia in un hotel omonimo al mio ostello, mentre il mio ostello si trova a tre chilometri di neve dall'autogara. Li faccio, ad ogni modo, col borsone in spalla, avventurandomi nella neve per una città che, al primo impatto – forse per buio, freddo e presenza delle forze dell'ordine – risulta un po' inquietante.



Sorrido vedendo dei manifesti rugbistici, chiedo indicazioni e mi scontro con l'accento moldavo, con il loro pronunciare ie al posto di e, con il loro pronunciare le o quasi come fossero a e con le loro elle arrotondate, lasciti di cinquant'anni di russificazione forzata. Passo di fianco a una grossa chiesa illuminata nel buio e, fin dall'altra parte della strada, si sollevano canti religiosi nell'aria. Rimango incantato e fotografo, e un passante attacca bottone: nonostante sia comunque presente, sembra minore la diffidenza dei moldavi, sembrano ancora aperti e disposti a fare due chiacchiere con uno sconosciuto, condividere con lui un pezzo di strada. Mi chiede perché fotografo, gli dico che sono turista, mi chiede se voglio vedere la chiesa ma gli spiego che voglio solo raggiungere il mio ostello e riposarmi dopo un lungo viaggio. Arriva l'attraversamento stradale, lui è diretto proprio alla funzione e mi saluta.


Attraverso un ponte che, invece di sovrastare un fiume, o una strada, divide la città da una specie di parte bassa della città con tanti tetti di lamiera, una manciata di luci e tanti latrati di cane. Fatico a trovare l'ostello, è alla fine di una via buia, resa sinistra dal fischiare del vento, ma finalmente posso appoggiare il mio bagaglio e entrare in un posto caldo. I ragazzi che lavorano lì sono anche gentili, mi offrono un piatto indiano e delle gran sorsate di Kvint, il famoso cognac della Transnistria, prodotto a Tiraspol'. Parliamo, intorno al tavolo. Io, un inglese, un olandese, una moldava, un canadese e uno statunitense. Gli ultimi due lavorano per l'ostello, hanno un visto valido per tre mesi e l'hanno lasciato scadere: sono praticamente clandestini e raccontano che qualcuno gli ha proposto una maniera per "pagarsi" i timbri per il rinnovo. Ancora più che l'Italia, ancora più che la Romania, la Moldova e tutta l'ex Unione Sovietica si sono fatte un nome per il loro grado di corruzione, per l'idea che tutto – proprio tutto – si possa comprare e abbia un prezzo.


Ci sbellichiamo dalle risate parlando di pesci lassativi e di siti che recensiscono le prostitute di Amsterdam, ma il discorso verte più che altro sulla Transnistria, sui passaporti, sul futuro della Moldova. La ragazza moldava dice che da un punto di vista è una fortuna: basta un passaporto, e nessun visto a pagamento, per visitare sia l'Unione Europea sia Ucraina, Bielorussia e Russia, anche se questo cambierà nel momento in cui la Romania entrerà in Schengen. L'idea che rimbalza è quella dell'integrazione europea, resa impossibile dalla questione transnistriana, oltre che difficile da tutta un'altra serie di ragioni economiche e politiche e da un'ampia serie di contraddizioni. A due passi dai recinti e tetti di lamiera e filo spinato della Strada Arborilor dove mi trovo sorge il Mall Dova, un enorme centro commerciale a quattro piani ("Il più grande di tutta la Moldova", ci tengono a sottolineare) con una riproduzione in scala della torre Eiffel, un'avveniristica fontana e, a parte il negozio di alimentari, una serie di catene occidentali con prezzi che stridono con i salari che vengono pagati normalmente in Bessarabia. Davanti al Mall c'è la fermata dei troleibuz, considerati dai moldavi una delle poche cose buone lasciate dai russi. Nonostante alcune carrozze nuove siano state acquistate dalla città di Chișinău con i fondi concessi dall'UE, sono ancora molti i residuati che si muovono per le strade della capitale, e i ragazzi mi raccontano di mezzi che prendono fuoco dalle ruote posteriori costringendo gli autisti ad evacuare la carrozza, o di pannelli del pavimento che saltano in aria con uno scoppio mentre il mezzo è in movimento. Sono sfinito, vado a letto. Quando entro in bagno noto la carta igienica, diversa dalla nostra: l'avevo vista così in un documentario ambientato in Ucraina. Non tutte le carte igieniche riescono col buco e, in ex Unione Sovietica, non si mette il rocchetto di cartone in mezzo: il rotolo è solo un rotolo di carta igienica, stretto e avvolto su sé stesso. Per me è anche un ulteriore segno che mi ricorda che qua siamo in un altro mondo, leggermente sbilenco rispetto al nostro.


Moldoveanul cu ochi de gheață (Hardcore Moldovenesc part II)


"Merge la Chișinău?" "Da" "Cât costa?" "120 de lei moldovenești sau 30 de RON". L'autista della maršrutka (anche se in romeno le chiamano rutierele) per Chișinău si chiama Iuri. A prima vista non gli si darebbe un centesimo: capelli bianchi, denti d'oro, colbacco e occhialoni quadri-mila-focali a fondo di bottiglia con montatura in tartaruga, di quelli proprio da nonnetto. Sale sulla maršrutka, tira via il pellicciotto e ha sotto un bomber senza maniche e una felpa. A quanto pare per Chișinău si circola davvero, anche se ci dice che la strada è brutta e che la sua sarà l'ultima maršrutka a partire per la capitale moldava quel giorno. Qualcuno gli chiede se c'è tempo per mangiarsi un panino – io stesso ho mangiato un boccone al baretto dell'autogara – e lui risponde tre volte, a distanza di un quarto d'ora l'una dall'altra, "Plecam în douazeci de minute", partiamo in venti minuti.

Iuri raccoglie i pacchi da portare a Chișinău – le maršrutke e i bus in generale in questa parte di Europa hanno ancora questa funzione, un po' affascinante, di diligenza postale, tipo vecchio western. E scopro che anche Iuri ha un sapore western, dopo che ha raccolto pacchi, soldi moldavi e romeni, rassicurato la gente: si mette al volante, cambia gli occhiali e acquista un piglio feroce al volante della maršrutka. Sembra un Clint Eastwood di oltrecortina (il Clint Eastwood invecchiato di adesso, con i capelli bianchi corti e lo sguardo tagliente), cresciuto invece che nel vecchio west morriconiano nell'inverno della Repubblica Socialista Moldava: un moldavo dagli occhi di ghiaccio, un Caronte traghettatore del fiume Prut.

Subito dopo la partenza lo chiama un suo amico, lui gli bercia nel cellulare che è già partito, ma che è ancora a Iași, di prendere un taxi e raggiungerlo repede alla prossima fermata. Spinge lentamente un motore ancora freddo sulle salite di Iași, si ferma un po' alla fermata, sale un poliziotto e prende posto. Aspetta un po' e l'altro non arriva, si parte, con il poliziotto a bordo che gli attacca bottone. Siamo ormai fuori da Iași, in una specie di valle, gli suona di nuovo il cellulare, e comincia il berciare: "Non ti ho visto e sono partito". Ci rifermiamo in mezzo alla strada, il poliziotto saluta e scende, noi rimaniamo fermi nella neve un quarto d'ora fino a quando il suo amico lo raggiunge e possiamo partire su una strada tortuosa, sporca e a tratti ghiacciata. In non più di venti minuti raggiungiamo Sculeni.


Sculeni è la fine dell'Unione Europea – o l'inizio dell'ex Unione Sovietica se vogliamo usare la prospettiva moscovita invece di quella di Bruxelles. È uno dei pochi punti di frontiera ancora aperti nonostante l'emergenza neve (la temperatura è a -12°C e la neve continua a cadere), quelli più a sud sono stati chiusi dalla Poliția de Frontieră Română, mentre a Ungheni si passa in treno. La maršrutka si ferma e siamo invitati a scendere e a recarci dentro all'edificio per dare il passaporto. Prima i romeni, poi i moldavi coi loro passaporti azzurri e in mezzo a loro, io. Consegno, guarda le pagine, mi chiede il motivo della visita e se è la mia prima visita, mi restituisce il passaporto ed esco da un'altra porta rispetto a quella dove sono entrato, dieci metri più in là. Risalgo sulla maršrutka. A un certo punto il poliziotto che ci aveva fatto scendere sale e chiama: "Băiat care are pașaportul din Italia". Mi alzo, scendo e lo seguo al gabbiotto. Guardano il mio passaporto, poi me, poi il passaporto, poi me – il tutto per un numero non ben definito di volte. La foto non somiglia molto a come sono ora, e il poliziotto mi sorride e ci scherza sopra, mi dice che sono dimagrito, mi chiede un altro documento e io provo a togliere gli occhiali per agevolarli. Alla fine si convincono, mi danno il mio passaporto e quello di Iuri, chiedendomi di restituirlo all'autista. Possiamo andare, almeno per ora.

Un segno indica che è finita l'Unione Europea, poi inizia il ponte sul fiume Prut, il corso d'acqua che segna il confine tra Moldova e Romania, un tempo unificate e ora divise dalla storia, da diversi punti di riferimento e da un po' di reciproca diffidenza – anche se unite dalla lingua, da alcuni riferimenti culturali (Ștefan cel Mare e Mihai Eminescu su tutti), da un certo grado di interscambio e da un regime di visti gratuiti che potrebbe saltare con l'ingresso della Romania in Schengen. Un tempo Iași era la capitale di tutto il principato di Moldavia, poi diviso quando l'Impero Russo si impadronì della Bessarabia. La Bessarabia, come la chiamano al di qua del Prut, divenne parte della Romania Mare, la grande Romania, dopo il ritiro dell'Unione Sovietica dalla Prima Guerra Mondiale, finché il patto Molotov-Ribbentrop e le truppe di Stalin se ne riappropriarono rendendola la RSS Moldova.

La RSS dichiarò la sua indipendenza nell'agosto 1991, mentre l'Unione Sovietica stava cadendo a pezzi, e rimase a lungo obbiettivo dell'irredentismo romeno, al punto che la legge sulla cittadinanza in Romania accorda la cittadinanza anche ai cittadini non romeni che abbiano perso la cittadinanza prima del 1989, ai loro figli e ai loro nipoti: un chiaro riferimento ai romeni di Bessarabia divenuti cittadini sovietici negli anni '40 e ai loro discendenti. Si stima che, su una repubblica di tre milioni di abitanti, trecentomila abbiano ottenuto la cittadinanza romena e un milione ne abbiano fatto richiesta. Quanti di loro lo facciano perché realmente si sentono romeni e quanti per avere accesso facilitato all'Unione Sovietica, non è dato sapere.

Alla fine del ponte c'è il cartello che indica l'inizio della Repubblica Moldova – un altro mondo, diviso da Stalin e dalla geopolitica negli anni '40 e rimasto un crocevia di nazionalità, lingue, culture e ambizioni politiche fino ad oggi. La maršrutka di Iuri si deve fermare nuovamente, stavolta al confine moldavo. Non ci fanno scendere, ma sale una guardia di frontiera moldava, stavolta in uniforme mimetica militare invece che della polizia, ritira i passaporti, passa più volte lo sguardo tra la mia foto del passaporto e il mio volto. Poi scende con i passaporti e, dopo dieci lunghi minuti di controlli e dopo aver fatto scendere uno dei passeggeri, sale a restituirceli e ci lascia andare. Chișinău è ancora lontana, ma non importa: sono in ex Unione Sovietica.

Mă descurc (Hardcore Moldovenesc part I)

Sebastiano è partito, è tornato a Bucarest senza passare per Costanza visto che la CFR, per via delle condizioni meteo, ha annullato praticamente tutti i treni per il mar Nero. Wacyl è arrivato a Buzău (normalmente due o tre ore di treno da Bucarest), ma quando dopo dieci ore si è trovato ancora bloccato lì, ha preso un altro treno ed è tornato a Bucarest. Io ho lasciato l'ostello a Iași e mi sono trovato da solo nella neve, con un po' di malumore e di dubbi sulla continuazione del mio viaggio.

Esco dall'ostello, vado alla fermata del tram - finalmente ho preso un tram a Iași, ci tenevo parecchio, sono bellissimi - e il bigliettaio, dopo avermi fatto il biglietto e spiegato che linee prendere per la Gara de Nord, mi apostrofa con un "Nu sunteți român! De unde sunteți?". "Din Italia", gli rispondo, e lui mi chiede "Și de unde aveți învațat limba?" "Am locuit șase luni la București" "Șase luni! Aveți învațat repede!". E io, timidamente ma con una punta di orgoglio: "Mă descurc". Me la cavo, mi arrangio. E sorrido.

Scendo alla Gara, da cui partì uno dei peggiori pogrom degli anni '40, chiedo informazioni sui treni per Chișinău: il leggendario Prietenia, che a Ungheni viene sollevato per cambiare i carrelli dei vagoni a causa del differente scartamento dei binari tra Romania ed ex Unione Sovietica. Mi dicono che si circola con parecchio ritardo, e che arriverei come minimo alle tre di notte. Meglio lasciar perdere, proviamo con i bus. Attraverso la strada per raggiungere l'autogara e al semaforo un uomo cerca di tirare fuori il cellulare di tasca, tenendo con una mano una borsa e con l'altra un bicchiere di the caldo pieno in equilibrio. Mi offro di aiutare. Lui mi sorride storto e mi fa "Mă descurc!".

All'autogara c'è da ammattire. Un ufficio mi manda alla biglietteria, la biglietteria all'ufficio informazioni, l'ufficio informazioni è chiuso, la biglietteria mi dice di aspettare e infine chiedo - e trovo risposta - al deposito bagagli (!) che mi fornisce il numero dell'autista. Lo chiamo, mi dice di attendere all'autogara. Il foglietto dice che si pare all'una, ma all'una e venti ancora non si vede nulla e un losco figuro di nome Gheorghe si offre di portarmi in macchina: ovviamente non mi fido. Cerco di parlare con qualcuno che possa darmi informazioni, ma nessuno è in grado di aiutarmi, nemmeno il sosia taleban-armeno-georgiano di Gheorghe Mureşan che lavora all'autogara. Sto per desistere, intirizzito e infastidito; per attraversare di nuovo la strada e chiedere quando parte il prossimo treno per Cluj, quando improvvisamente due maršrutke entrano nell'autogara: una viene da Piatra Neamț ed è diretta proprio a Chișinău. Può iniziare il mio viaggio verso il confine dell'ex Impero.

Hardcore Moldovenesc


Viaggio per la prima volta all'interno dell'ex Impero, della vecchia Unione Sovietica alla caccia del confine dell'Europa e di uno stato che non c'è. Post in episodi.

Hardcore Moldovenesc/Молдавский Хардкор/Moldavskij Chardkor

București - Iași - Chișinău/Кишинёв
Tiraspol'/Тирасполь - Chișinău/Кишинёв - 
Cluj-Napoca/Kolozsvár/Klausenburg - București. 

Prologo. Iași și iarna de lupii (București - Iași)
I. Mă descurc (Iași)
II. Moldoveanul cu ochi de gheață (Iași - Sculeni)
III. Dincolo de granița (Sculeni - Chișinău)
IV. Stânga Nistrului (Chișinău - Tiraspol' - Chișinău)

Iași și iarna de lupii

Chiusi sei mesi di vita bucarestina in un po' di valigie, ho dormito la mia ultima notte nella mia stanza svuotata: nulla negli armadi, solo il PC e il passaporto sul comodino, e il borsone per il viaggio. La mattina Bucarest mi ha salutato - per ora - con una nevicata a fiocchi grandi e con qualche preoccupazione, mentre cercavo di mantenermi in piedi sul marciapiede ghiacciato per andare a Obor, e da lì alla Gara de Nord per mettermi finalmente in viaggio. In questi sei mesi bucarestini mi è mancato di esplorare il resto della Romania: poco tempo, e imprevisti che si mettevano in mezzo ogniqualvolta organizzassi qualcosa. Stavolta non mi ha fermato la neve, né la solitudine. Anzi, quest'ultima è stata alleviata da un nuovo amico, Sebastiano: amico di un amico, mi ha contattato il giorno prima della mia partenza, ed è stato bello condividere pane, biscotti, ostello, treno e chiacchiere mentre ci muovevamo per una Romania sempre più bianca.


La prima tappa del mio viaggio è stata Iași, da cui ora scrivo con grande incertezza su cosa verrà dopo. L'itinerario di viaggio dice Chișinău e Tiraspol', per poi saltare al di là dei Carpazi, a Cluj-Napoca - anche per riviverla a un decennio di distanza rispetto a una mia vecchia amica, e poi a Timișoara, la città della prima scânteia, la prima scintilla della Rivoluzione. Ora il programma è un po' in dubbio, la neve sta sferzando tutta la Romania, nel sud con venti oltre i 60-70 km/h, e il maltempo sta condizionando tutti i viaggi, compresi quelli di Sebastiano e Wacyl. Sebastiano, che è venuto in Romania a studiare Ovidio, doveva raggiungere Costanza, città dell'esilio del poeta romano, prima di fare ritorno alla sua Sicilia. Wacyl, il mio coinquilino svizzero, è stato bloccato a Buzău per ore mentre cercava di raggiungermi da Bucarest, e ora ha saggiamente deciso di tornare alla base. A me non resta che capire se i bus per Chișinău sono garantiti, domani dovrebbe smettere di nevicare e quindi lo spostamento a Cluj, che si trova nella zona verde (qui a Iași siamo in zona gialla, mentre Bucarest e Costanza sono sotto codice arancione), non dovrebbe rivelarsi problematico - o almeno spero.


Le sette ore di treno tra la Gara de Nord e la stazione di Iași sono state un lungo incedere per quasi cinquecento chilometri di bianco ininterrotto. Poche le città, desolato il panorama, fitto di paesini di poche case isolati nella grande piana bianca, o di costruzioni industriali o agricole, spesso in disarmo, che davano al paesaggio un tono quasi apocalittico, reso ancora più spettrale dal calare della sera. Bacău attraversata da un tubo in bella vista. Poche luci isolate, paesini distanziati di parecchi chilometri e isolati nel bianco, un'atmosfera da Fargo. Un po' di calore ce l'ha restituito un vecchietto che, in treno, ci ha mostrato foto in bianco e nero senza che noi potessimo comprendere le parole che sussurrava, in romeno stretto, nello sferragliare del treno. Foto degli anni '40, della madre, del padre, del fratello, mentre cercavo di rincorrere il suo discorso e mi aggrappavo alle poche parole che comprendevo, nomi di città per la maggior parte.




E ancora calore, nonostante i -11°C e la neve che ha cominciato a scendere un'ora dopo il nostro arrivo, ce l'ha restituito Iași. Imbiancata, in salita, con poche persone in giro, eppure incantevole, con tanti tram in movimento e tanti palazzi storici resi forse ulteriormente magici dal candore che li circondava. Ostello e bagagli, muri che sanno di vernice e un grosso cane che si aggira per i corridoi: camminiamo un po', troviamo un posto dove mangiare, poi torniamo dentro e ci addormentiamo sfiniti, pronti a esplorare la cittadina al mattino. Tante università, le statue dei voivodi, lo stadio del Politehnica, la strada ora non più dedicata a Engels, la statua dell'Indipendenza, i parchi innevati, le chiese silenziose e una salita interminabile, resa ancora più faticosa dalla neve che andava accumulandosi. Una neve che è diventata sempre più insistente di ora in ora, mentre noi ci avventuravamo in direzione della cattedrale metropolitana e scoprivamo il mercato agronomico completamente ricoperto di neve.












domenica 12 febbraio 2012

Prietenul meu Holden și eu

”De fapt, adevăratul motiv pentru care mai bănănăiam pe acolo e că încercam să mă obișnuiesc cu senzația de rămas-bun. Mi s-a întîmplat să plec din școli sau case fără să am cea mai vagă senzație că plec. Urăsc treaba asta. Nu-mi pasă dacă e o despărțire tristă sau o despărțire proastă, dar cînd plec de undeva îmi place să simt că plec. Dacă nu simți, e încă și mai rău„

venerdì 20 gennaio 2012

Ziua a opta


Voci e nomi dell'ottavo giorno di proteste a Bucarest

Mihai e Daniel sono monarchici, sventolano la bandiera del vecchio regno di Romania, vorrebbero un referendum per riavere una monarchia costituzionale sul modello inglese e sognano che il vecchio re Mihai torni a governare il paese. Daniel vive a Firenze, mi parla in italiano perfetto e dice che è tornato a Bucarest apposta per le manifestazioni. Il suo amico Mihai è fiero di portare lo stesso nome del vecchio re e di non aver mai votato un presidente. Dice che sotto la monarchia la Romania ha avuto la libertà, l'indipendenza, la ricchezza e la sua massima espansione. Suo padre fu detenuto politico a inizio anni '50 per propaganda contro l'Unione Sovietica.

Ana-Maria ha in mano un cartello con una poesia. Dice che ognuno ha la sua idea e che la soluzione è venire qua in Piața Universitații e dirla. Che la Romania può fare meglio, che non è giusto che ragazzi, insegnanti e professionisti debbano lasciare il paese perché muoiono di fame. Che lei scende in piazza perché i romeni possano tornare a cantare e a ridere di felicità, possano comprarsi libri, possano studiare e avere i migliori professionisti romeni in patria, non le seconde scelte.

Ivan è stato rivoluzionario nel 1989, è stato un golan nel 1990, ha un megafono in mano, gli occhi lucidi e tanti anni sulla pelle. "Son qui perché Băsescu è un nuovo Ceaușescu. Sono qui perché la gente muore di fame, perché laggiù c'è una bambina di sei anni con dei calzoni corti con questo freddo perché non può comprarne di lunghi. Sono qui perché ho due figli che non hanno futuro", mi dice, mostrandomi la lapide del cantore dei golani Cristi Pațurca al chilometro zero. Nel 1990 Pațurca cantava "Meglio vagabondo che traditore, meglio hooligan che dittatore, meglio golan (fannullone) che attivista, meglio morto che comunista". Lui mi mostra la foto sulla lapide carezzandola con l'indice e dicendomi commosso: "Ti faccio vedere una grande persona".

Dragoș dice che c'è bisogno di cambiare, chi ha il potere ha grosse macchine, fa vacanze dorate, e nello stesso momento chiede ai cittadini di stringere la cinghia e alza del 15% il costo del pane. Dice che non ci sono soldi, che non vogliono migliaia di euro al mese, vogliono solo vivere dignitosamente e non vedersi continuamente tagliare gli stipendi. Mi indica il suo rappresentante, Mihai, portavoce di Miliția Spirituală. Mihai scende dal palchetto improvvisato, lascia il megafono e si mette a parlarmi. Dice che Piața Universitații è un posto importante per i romeni, che lui non ha soluzioni in mano, e che quello che conta, però, è che la gente sia qui, a dire la sua, a discutere, a cercare di creare un'alternativa che al momento non esiste alla classe politica.

Ted ha in mano uno striscione illeggibile fatto su una tovaglia a fiori di tela cerata e una bandiera con il pugno che fu di Otpor in Serbia, di Pora in Ucraina e di Kmara in Georgia. Dice che spera che il modello sia quello di una rivoluzione colorata, e che è fondamentale che tutto si svolga senza violenze. Ha portato dei fiori per la jandarmeria, dice che è l'unico modo per cambiare qualcosa. Cambiarlo come? "Non c'è nessuno di cui possiamo fidarci, ma l'importante è essere qua, dire che siamo scontenti e non stare in silenzio".

Piața Universitații


La rivolta di tutti e di nessuno

Il troleibuz si ferma di fronte a Piața Universitații e si riempie di ragazzi, qualche striscione e qualche tricolore romeno. Un cordone della Jandarmeria ha bloccato l'accesso alla piazza da nord: sul Bulevardul Nicolae Bălcescu la folla preme, una fila di oltre duemila persone che arriva quasi fino a Piața Romană. Un ragazzo salito sul troleibuz comincia a urlare lo slogan che sta scuotendo Bucarest da una settimana: "Jos Băsescu! Jos Băsescu!". Gli altri passeggeri rumoreggiano, qualcuno sembra imbarazzato, delle ragazze e una signora di mezza età fanno eco: "Jos Băsescu!". Nel pomeriggio all'Arcul de Triumf si sono radunate settemila persone per il Miting Pentru Libertate, il meeting per la libertà indetto dalla coalizione liberale Uniunea Social Liberală: Crin Antonescu, leader del Partidul Național Liberal, ha parlato di "dittatura di Băsescu" e ha definito che il presidente e il suo primo ministro Emil Boc come "gli ultimi leader comunisti della Romania". Victor Ponta, leader del Partidul Social-Democrat e della coalizione e futuro sfidante di Emil Boc per la presidenza del consiglio alle elezioni del trenta novembre, ha promesso alla folla che "il 2012 segnerà la fine di Băsescu e un nuovo inizio per la Romania".

Sembra che i cittadini romeni abbiano deciso di ascoltare l'appello con cui inizia il loro inno nazionale, Deșteaptă-te, Române! ("Svegliati, romeno!"). A chi appartiene questa rivolta allora? All'USL e a Victor Ponta? A chi chiede elezioni anticipate? A chi non si fida dei liberali e chiede un'alternativa? A chi chiede "Băsescu la pușcarie" (Băsescu in prigione) e a chi invece vuole il ritorno di re Mihai? Agli ultrà che ieri sera hanno sprofondato per la seconda volta le proteste nella violenza? Ai cittadini che vogliono scrollarsi di dosso lo scomodo fantasma, tuttora presente, dei tempi del comunismo e che si scoprono a fantasticare di un secondo 1989? Ai sostenitori di Raed Arafat, contrari alla privatizzazione della sanità pubblica e al taglio di SMURD proposto dal governo? O a quelli che faticano ad arrivare a fine mese e vedono ulteriori misure di austerità abbattersi sulla propria testa per ripagare i debiti contratti dal governo nei confronti delle istituzioni finanziarie mondiali? Sembra essere una protesta di tutti e di nessuno, che guadagna e perde senso allo stesso tempo per la molteplicità e dispersività dei suoi attori e delle sue ragioni.

Nel settimo giorno di proteste, Bucarest e Piața Universitații hanno assaggiato per la seconda volta un clima di violenza, che era stato preannunciato dai folti numeri, dai toni del Miting Pentru Libertate e dall'annuncio del ritorno in piazza degli ultrà di Dinamo, Rapid, Steaua e del Petrolul Ploiești. I manifestanti hanno cercato di fare breccia nel cordone di polizia per dirigersi verso Piața Unirii, dove domenica avevano avuto luogo gli scontri più duri. La Jandarmeria ha cercato di disperdere la folla con i lacrimogeni, e i manifestanti hanno risposto lanciando pietre e bastoni, prima di venire caricati con violenza. Un centinaio i fermati, sedici dei quali avevano già ricevuto sanzioni nei giorni precedenti, mentre una quindicina è stata identificata come appartenente a una delle curve.

Oggi è il classico "giorno dopo", il teatro del rimpiattino di responsabilità e accuse. Mentre Antena Trei, uno dei più severi critici di Băsescu, accusa la polizia di aver utilizzato degli agenti provocatori per screditare la protesta e di aver reagito eccessivamente, Aurel Moise, capo della Jandarmeria, dichiara ad Adevărul: "Avremmo potuto intervenire in forza, ma non l'abbiamo fatto, ci siamo mossi quando i manifestanti in buona fede hanno lasciato la strada ed è stata invece eretta una barricata, ma alcune TV stanno cercando di screditarci" e i rappresentanti dei gruppi di tifosi declinano ogni responsabilità degli ultrà sugli scontri. Evenimentul Zilei, uno dei quotidiani più fedeli a Băsescu, sostiene che l'USL abbia pagato molti dei manifestanti dell'Arcul de Triumf per la loro presenza, pubblicando sul proprio sito un video che proverebbe questo fatto, ma la cui veridicità non è confermata. Il ministro per lo Sviluppo Regionale e il Turismo Elena Udrea, del Partidul Democrat-Liberal di Băsescu e Boc, ha dichiarato che le proteste sono legittime, perché il PDL non è stato capace di comunicare con i cittadini e la società civile, ma ha sottolineato che "la soluzione non è, in ogni caso, sostituire Emil Boc con Victor Ponta". Una serie di accuse reciproche che, agli occhi di diversi romeni, hanno l'effetto di screditare le ragioni della protesta e di far sorgere dubbi di manipolazione politica.

La Romania resta con gli occhi puntati a Piața Universitații, simbolo della Rivoluzione del 1989 e delle proteste contro il governo neocomunista di Ion Iliescu del 1990, ora di nuovo tornato ad essere il cuore della nazione con tutte le contraddizioni del caso. L'ottavo giorno è già iniziato, attorno alle due di pomeriggio: duecento già in piazza, altri cento – professori – di fronte al ministero dell'Educazione, ONG e curva attesi dopo le sette di sera. Cosa può arrivare a ottenere questa folla e quanto è legittimo che una manifestazione, per quanto ben nutrita e sentita, possa ottenere in una democrazia – per quanto imperfetta e corrotta – come la Romania? E soprattutto, cosa saprà trarre dalle tensioni di questi giorni? A mezzanotte del settimo giorno gli ultimi manifestanti lasciano la piazza sgombera, mentre la polizia riapre il traffico e la città va a dormire, in attesa di vedere cosa accadrà il giorno dopo. Noapte bună, Piața Universitații!  

domenica 25 dicembre 2011

Crăciun Fericit


21 dicembre, ore 11, finestra di casa mia. Mi hanno spiegato che non si tratta di colindatori (che cantano canzoni di Natale e appartengono alla tradizione cristiana), ma di una tradizione pagana e pre-cristiana per portare fortuna al nuovo anno. Adorabile, comunque, la musica e le tradizioni che pervadono l'avvicinamento al Natale in Romania. Quindi, Crăciun fericit pentru toți!

giovedì 15 dicembre 2011

Colindatorii


"E questi?", mi son chiesto vedendoli per la prima volta. Fischi, tamburi, vestiti tradizionali e uomini vestiti di pelle d'orso. Anche questo è il Natale romeno. Il giorno stesso di quelli della foto sono arrivati i colindatori a cantare nella scala del nostro palazzo, poi hanno cominciato a bussare ragazzini che chiedevano qualche soldo in cambio di una colindă. Colindă, ovviamente, è un canto di Natale, e i colindatori sono coloro che cantano. Mi ricordo gli zampognari ciociari che passavano sotto la mia scuola quando andavo alle elementari, e adoro quest'atmosfera di musica e tradizione che da noi, purtroppo, si è persa.


venerdì 9 dicembre 2011

Frica de câini

Torno, tra il sollevato e il deluso, dal mio primo esame romeno. Una voce nel mio stomaco mi fa notare che è quasi ora di pranzo, ma io non ho voglia di fare la spesa, di attraversare la strada. Del fatto che c'è un Mega Image pure senza attraversarla mi ricordo...beh, solo dopo averla attraversata verso casa. Allora mi dico che, magari, se giro a destra e provo a passare per la parallela, trovo qualcosa. Contento di esplorare un piccolo angolo nuovo, cammino respirando l'aria bucarestina e trovo una specie di cortiletto con un parco giochi e due cani che dormono. Cauto, passo in mezzo ai due e mi trovo davanti un altro cane. Ringhia. Bastardo. Provo a fare finta di niente, allargo un po' e vado per la mia strada cercando di non dargli le spalle. Quello continua a ringhiare sempre più forte e mi si mette in coda, seguito da altri due cani che dormivano sotto le macchine, ma che si sono svegliati per dargli manforte. Tre vecchietti, vedendomi in difficoltà, fischiano e il cane si blocca. Li ringrazio con un sorriso terrorizzato e continuo a camminare verso casa. Sento che il bastardo corre, ha ripreso a ringhiare. Non devo correre, sarebbe la fine. Mi è sotto, mi è sotto, mi è sotto, mi morde la scarpa...AAAAAH! Lancio un urlo, ma per fortuna uno dei vecchietti ha fischiato di nuovo e ha richiamato il cane. Scosso, finalmente mi allontano e arrivo a casa. Sullo specchio dell'ascensore vedo un tipo pallidissimo che trema e ansima, e penso di svenire.

Io dei cani ho sempre avuto una paura boia. Veramente tanta, fin da quando ero piccolo e i miei amici dovevano legarlo alla catena quando li andavo a trovare. Avevo pure un cane, ma stava sempre alla catena perché a casa non avevamo un cancello. Mio padre lo liberava quando tagliava il prato e lui correva sfrecciando per il giardino mentre io, terrorizzato, lo guardavo da fuori. Il rapporto è migliorato, ma non molto, anche se son riuscito ad avere un cane di cui non avevo paura, che poi è scappato spaventato dai fuochi d'artificio il capodanno di due anni fa. Quando ho letto che a Bucarest c'era un problema con i cani mi sono innervosito: proprio il posto giusto, per uno come me. Eppure mi ero tranquillizzato, forte della sensazione che, se evitavo di rompergli le scatole, loro mi lasciavano in pace. Fino a ieri. Ora spero di ri-tranquillizzarmi in fretta: ho notato che la sola presenza di un cane, nelle ultime ventiquattro ore, mi fa rizzare ogni pelo del corpo, e uno di loro che mi ha abbaiato mi ha fatto fare un salto di paura, di quelli che dopo te ne vergogni. Aiuto!

sabato 26 novembre 2011

Cât mi-e dor de ochii tăi



Litigare col taxista che cerca di fregarti, farle vedere che stai imparando il romeno, farle vedere le cose che conosci, che hai visto, che ti emozionano, spiegarle perché ti senti così a tuo agio in questa città, spiegarle cosa sta frullandoti per la testa. Finalmente, passare una giornata insieme. Prendere il bus che prendi tutti i giorni, andare a mangiare al ristorante insieme e saziarsi di micicârnaţi din Maramureş, e poi avventurarsi addirittura a ordinare două cafele, vă rog. Uscire nell'aria fredda di Lipscani e lasciarsi incantare dal centro vecchio di Bucarest, prendendo ogni stradina, stupendoci per ogni angolo stupendo, anche quelli che ho già visto più volte, ma sui quali non mi sono mai soffermato, avendoli visti da solo, di fretta. E, mentre lei fotografa mille angoli del Centrul Vechi, sorridere riconoscendo le parole di una canzone suonata da un chitarrista per strada, Cât mi-e dor de ochii tăi, come mi mancano i tuoi occhi.



Dopo averle fatto vedere i miei angoli preferiti della città, abbiamo virato verso la Casa Popurului, uno dei simboli della città che la scorsa volta lei non era riuscita a vedere. Prima, però, ci siamo imbattuti in un momento di magia, in una piccola favola orientale ed ortodossa, trovandoci ai piedi del Dealul Patriarhiei, l'unica collina di una città in rigorosa pianura. Ci siamo inerpicati sulla collina (anche conosciuta come Dealul Mitropoliei) fino a trovarci circondati dalla magia delle biserici ortodosse, in una sera invernale illuminata e resa meno silenziosa dai cori religiosi che si sollevavano nell'aria, echeggiati dagli altoparlanti, ma provenienti dalla funzione in corso all'interno della cattedrale patriarcale della chiesa ortodossa romena. Siamo entrati nella cattedrale, rimanendo abbagliati e allo stesso tempo un po' repulsi dallo sfarzo aureo degli ornamenti, osservando un credo diverso da quello a cui siamo abituati ad assistere, con alcuni fedeli prostrati in ginocchio, con i sacerdoti  voltati di spalle, con questi cori magnifici così emozionanti e l'odore di incenso forte nell'aria. Una piazza dai toni fiabeschi comparsa d'improvviso, senza che io mi fossi mai reso conto della sua esistenza: la sede della Patriarhia Română, la piazza San Pietro della chiesa ortodossa autocefala di Romania. La cattedrale (la Biserica Patriarhiei, intitolata agli Sfinții Împărați Constantin și Elena), il Palatul Patriarhiei - ex camera dei deputati del regno di Romania e dei primi diciotto anni della Romania post-1989 ed ex sede della Marii Adunări Naționale, il principale organo di potere della Repubblica Socialista Romena -, la residenza patriarcale e la Clopotnița, il campanile che accoglie i pellegrini al loro arrivo in cima alla collina, la statua di Alexandru Ioan Cuza, il primo principe della Romania unita.

La Casa Popurului, di sera, incute ancora più soggezione che di giorno, con la sua facciata non illuminata, la strada larghissima e quasi vuota che le passa di fronte, il freddo che ti fa espirare condensa e la guardia con il colbacco in testa: puoi fare finta di aver fatto un viaggio indietro nel tempo agli anni '80, mentre passeggi per quella strada così silenziosa. Mentre tornavo dall'aeroporto, dopo aver accompagnato Silvia, la strada vicino all'Arcul de Triumf era occupata da carri armati e mezzi blindati che facevano le prove per la grande parata del primo dicembre, la festa nazionale di Romania che ricorda la dichiarazione di Alba Iulia del primo dicembre 1918. Sarà che una manciata di secondi prima il taxi era sfrecciato di fianco alla Casa Presei Libere, ma per un ostalgico come me Bucarest ha il potere di evocare l'epoca storica che più mi incuriosisce con una forza inaudita. Sarà per questo che amo questa città?

Le foto sono tratte da wikimedia e dal sito di Andrei Pandele.

mercoledì 23 novembre 2011

O Seară Frumoasă

Un po' del fascino invernale e by night di Bucarest:


Una biserică di fronte allo Stadionul Arcul de Triumf


L'Arcul de Triumf


Piața Universitații


La Calea Moșilor appena scesa sottozero


Piața Revoluției e il Memorialul Renașterii, a.k.a. Cartoful


L'ex palazzo del re, ora Muzeul Național de Artă al României


Carol I e la Biblioteca Centrală Universitară da lui voluta

lunedì 21 novembre 2011

Andrii Popa, cel Voinic


Andrii Popa l'aveva sentita e notata la prima volta Wacyl a una serata karaoke a Grozăvești. L'aveva scaricata, e poi si era anche comprato il disco, Mugur de Fluier. Qualche sera in casa, con la chitarra, avevamo anche provato a cantarla io e Oriol. Ci piaceva lo stile molto folk-rock anni '70, e sembrava che fossero un gruppo storico, così quando abbiamo letto che avrebbero suonato al Silver Church a Bucarest, abbiamo deciso di andare. Per lo status di leggenda, il livello musicale del disco e la storia personale della band, però, ci saremmo aspettati ben altro. Poca personalità sul palco, a parte il chitarrista/fondatore Nicu Covaci e il batterista Ovidiu Lipan, detto Ţăndărică. E del folk-rock che ci aspettavamo erano rimaste solo tracce, soffocate da un banale heavy metal. Per giunta, per grande disappunto di Wacyl, non hanno suonato Andrii Popa.

I Phoenix, però, hanno una storia davvero interessante. Fondati nel 1962 a Timișoara con il nome di Sfinții ("Santi") e dediti a cover di Beatles, Stones e Who, tre anni dopo furono costretti dalle autorità comuniste a cambiare il nome, che portava troppe eco religiose. Gli anni '70 sono il periodo più interessante della storia della band: nel 1970 uno dei membri fondatori, Florin Bordeianu, riuscì a emigrare negli Stati Uniti e, nel suo ultimo concerto, si profuse in un'invettiva contro il regime comunista. Dopo quel concerto il gruppo, colpito dalla censura, rimase inattivo per diversi mesi. Sempre su pressione della censura, al loro ritorno, i Phoenix decisero di cambiare genere e lasciar perdere le influenze occidentali, scomode per il regime, ispirandosi in maniera più marcata al folk e alla musica tradizionale. Il loro disco del 1972 è il secondo LP mai registarto in Romania da parte di una band romena. Le velate critiche al regime comunista continuarono ad attirare gli strali della Securitate sul gruppo e nel 1976 Covaci si sposò con un'olandese e lasciò il paese. Tornerà l'anno seguente, per portare aiuti a Bucarest colpita da un grande terremoto. Dopo due concerti storici, a sorpresa, Covaci lascerà di nuovo il paese, riuscendo a far attraversare il confine ai suoi compagni di band nascosti in degli amplificatori.

lunedì 7 novembre 2011

Un colet la poșta

A Como in treno non ci vado da una vita. Ha un sapore speciale arrivare alla stazione Como Laghi: le rotaie attraversano piazza del Popolo (fu piazza dell'Impero) e i vagoni trottano lenti tra il teatro Sociale, il duomo e la Cà da védar, la Casa del Fascio di Como. Infine, il treno ferma le sue ruote in una vecchia stazione con tre binari, un muro di pietre e una struttura di ferro, e uscendo la prima cosa che si vede è il lago che risplende o che ti osserva cupo d'inverno. Le Ferrovie Nord e questa bizzarra urbanizzazione hanno regalato qualcosa di magico e unico alla tratta che ha il suo capolinea in riva al lago, e io spero di potermelo godere ancora tante volte nella mia vita. Como era una tappa fissa di quando ero ragazzo, liceo e primi anni di università. Acquistavo tanta musica, era la mia vita, e ogni gita a Como coincideva con una puntata al Vertigo, a muovere le dita tra gli scaffali e scegliere un cd.

Ricordo quando comprai Aqui Estamos degli Atarassia Gröp: arrivai alla stazione, salii sul vagone, scartai il disco e lo feci partire nel mio lettore cd, tenendo tra le mani il libretto dei testi e emozionandomi a ogni frase che lasciava un lampo nel mio cervello. L'autore di quei testi era Filippo Andreani, chitarrista degli Atarassia. Che poi c'è anche tutta una storia di macellai, chitarre e batterie alla Coop di Cadorago che ha fatto sì che una volta con un mio vecchio gruppo suonassimo nel bel mezzo di un loro concerto. Erano tempi che ricordo sempre con un po' di nostalgia, in cui c'era un fervore punk mica da poco in provincia. Poi non so se si sia affievolito o se semplicemente mi sia allontanato io. Mi manca però un sacco l'atmosfera dei concertini ogni giovedì sera, di ritrovare qualche amico e sapere che avrebbe suonato la settimana dopo da qualche altra parte e di aver già deciso di andarci.

Oggi mi son svegliato sverso. Dormito male tutta notte, sveglia presto di lunedì mattina per andare al corso di romeno, due macchinette del caffè che non funzionano e una che mi frega i soldi. E in più il caffè finalmente preso da Roco, di fronte all'Università, beh...è stato gettato nella spazzatura dopo appena un sorso. Uscito da lezione mi sono diretto verso Arcul de Triumf, un appuntamento alla FRR per delle ricerche storiche. Sballottato di qua e di là, parlando puțin românește e a bit of English, ottengo un numero di telefono e un libro in prestito. Camminando per Parcul Herăstrău per riprendere la metropolitana uno scoiattolo improvvisamente mi attraversa la strada, e la giornata sembra voler decollare, accompagnata da Warren Zevon e Bruce Springsteen che mi cantano Disorder in the House nelle orecchie. Arrivo a casa, apro lo sportellino metallico della posta e trovo una busta bianca delle Poste Italiane, corredata dal mio indirizzo bucarestino, dall'indirizzo tremezzino di Sench che mi aveva promesso un pacchetto in arrivo, e da francobolli raffiguranti il Giro d'Italia, Dorando Pietri e Jurij Gagarin.

Entro in casa col cuore che sorride, canticchiando felice. Dentro alla busta c'è Scritti con Pablo, il nuovo disco di Filippo Andreani. Anche lui è cambiato, rispetto a quando io facevo gite in treno a Como per comprare dischi. È diventato un cantautore seguendo una storia sbagliata di partigiani sul lago di Como e, evidentemente, ci ha preso gusto a raccontare le sue poesie sostituendo la rabbia con una ruvida delicatezza. E il disco mi prende alla gola, e sorprende, e riempie di entusiasmo: quello che non è cambiato in Filippo è sicuramente il suo essere poeta e la sua abilità di squarciare il cielo e lasciarti col fiato sospeso con una frase. 

domenica 6 novembre 2011

Casa Presei Libere



A due passi dallo stadionul Arcul de Triumf si erge la Casa Presei Libere, il palazzo della stampa libera, posto nell'omonima piazza, all'angolo con Bulevardul Poligrafiei. Il palazzo, illuminato dalle insegne al neon del Jurnalul Național, di Agerpres, di Adevărul e di molte altre testate, è la sede di diversi quotidiani e agenzie di stampa. Sono andato a vederlo da fuori dopo averlo visto con la coda dell'occhio dallo stadio del rugby. Mi ero ripromesso che ci sarei andato, fin da quando ci son sfrecciato vicino in auto per andare all'aeroporto Băneasa.



Ci sono arrivato che il sole ormai stava tramontando. Il cielo cupo di nuvole cariche, l'odore di zolfo che c'era nell'aria, il desolato parcheggio che fronteggia il palazzo, uno stormo di corvi: tutto sembrava voler contribuire a dare all'imponenza del palazzo una nota inquieta. Forse anche per l'ironica storia della Casa Presei Libere, complesso poligrafico (combinatul poligrafic) costruito tra il 1952 e il 1956 nello stile del realismo socialista sovietico - sul modello architettonico dell'Università di Stato di Mosca - e originariamente dedicato a Iosif Stalin. L'ironia è soprattutto nel nome attuale, Casa Presei Libere, per due motivi. Il primo è che il palazzo, prima conosciuto anche come Casa Scînteii, fino al 1989 è stato la sede di Scînteia, il quotidiano del Partidul Comunist Român. Praticamente l'equivalente per la Romania di quanto erano la Pravda per l'URSS e Rude Pravo per la Cecoslovacchia. L'altro motivo è che il palazzo è probabilmente l'unico, in tutta Bucarest, a portare ancora ben in vista il simbolo con la falce e il martello (secera și ciocanul). Nel desolante vuoto del parcheggio di fronte c'è anche un piedistallo vuoto, dove prima si ergeva la statua di Vladimir Lenin, abbattuta il 3 marzo 1990 dopo che per trent'anni aveva sorvegliato la piazza.


Un picior pe terenul



Quando mi sono allenato con i Dracula Old Boys, metà del campo era occupato dagli allenamenti della nazionale georgiana under 19. A Bucarest, infatti, si sono tenuti i Campionati Europei under 19 di rugby, oltre alle qualificazioni per gli Europei under 18. Ovviamente, quando si parla di Europei e rugby, bisogna contare sull'assenza delle sei squadre più forti: Francia, Inghilterra, Irlanda, Galles, Scozia e Italia. E quindi il baricentro si sposta verso est, verso Romania, Georgia, Russia, Ucraina, ma anche verso altre periferie come la penisola iberica, il Benelux, Germania e Svizzera. Così ho deciso di prendere la metro fino ad Aviatorilor e dirigermi allo stadio Arcul de Triumf, dov'ero già stato per il derby ovale di Bucarest, per godermi la giornata finale del torneo.

La giornata è passata tra delle belle partite (ho assistito a Spagna - Portogallo per il quinto posto, Romania - Olanda per il terzo e Georgia - Russia per il titolo), le chiacchere con due commissioner FIRA italiani e con l'addetto stampa della FRR (che pensavo si chiamasse Laurențiu e invece è Lucian), le presentazioni con l'ex nazionale, ora addetto federale allo sviluppo Hari Dumitraș, due mici e una coca, un sacco di foto fatte e, soprattutto, la consegna di un mio vecchio articolo sulla storia del rugby sovietico ed ex sovietico e sui rapporti ovali tra Russia e Georgia a due responsabili delle federazioni interessate. Bellissimo il pensiero del russo con cui ho parlato: ha messo nel suo zaino lo stampato e ne ha estratto una spilla con il simbolo della federazione rugby russa, porgendomela come (graditissimo) regalo.

E poi mi son tolto la soddisfazione di metter piede all'Arcul de Triumf, insomma!



Qua si trova l'album Flickr della giornata.