mercoledì 15 febbraio 2012

Stânga Nistrului (Hardcore Moldovenesc part IV)


Sveglia con un lieve mal di testa al sapore di Kvint. Il tempo di una doccia e Vlad mi chiama: è su Strada Arborilor con la sua Skoda, mi aspetta. Facciamo conoscenza, lui parla molto bene italiano perché ha vissuto in nord Italia. Viene da Ungheni, la città dove passa l'unico confine ferroviario, mi racconta che il paese, prima che Stalin "dividesse il mondo", si sviluppava su entrambe le rive del Prut. Prendo un ceai, un tè nero, lo pago cinque lei moldavi, praticamente trenta centesimi, e ci mettiamo in marcia verso Tiraspol'. Vlad lavora per una televisione di Chișinău, mi dice che la radio che fa capo alla loro emittente è l'unica che non viene coperta in territorio transnistriano (i confini si tracciano anche a livello di telecomunicazioni). Cerca di riassumere la politica di questo lembo strettissimo di terra che pretende di essere una nazione indipendente e le speranze di apertura per l'elezione del nuovo presidente che ha sostituito, dopo venti anni ininterrotti, il padre-padrone Smirnov. Arriviamo alla vama, la frontiera, di Bender che per la Moldova è solo una frontiera interna. Sono tanti i racconti sulla corruzione e sull'arbitrarietà delle guardie del confine transnistriano e un po' di preoccupazione c'è. Va più liscia del previsto: ci fermano, ci chiedono i nostri passaporti, ce li restituiscono e ci fanno parcheggiare poco più in là, sotto gli occhi indifferenti dei tanti cani randagi che popolano la dogana transnistriana. Entriamo in una guardiola dove compiliamo un modulo in duplice copia: una da consegnare immediatamente, l'altra da tenere con noi fino a quando ripasseremo la frontiera. Se stai più di tre giorni, è necessario andare a registrarsi agli uffici dell'immigrazione della capitale Tiraspol'. Benvenuti in Transnistria o, come la chiamano in russo, Pridnestrov'e o PMR (Pridnestrovskaja Moldavskaja Respublika). In Moldova, per non darle la dignità di una nazione, la regione viene chiamata semplicemente Stânga Nistrului, la sinistra del Nistro.


Ci fanno partire. Siamo a Bender - per i moldavi Tighina - siamo in Transnistria, siamo in una nazione che non c'è. Bender, la città di confine, ci accoglie con i primi simboli pseudo-comunisti, con lo stadio della Dinamo Bender e con mille e più negozi e distributori Sheriff, il marchio che in Transnistria è onnipresente e a cui fa capo, secondo alcuni, il nuovo presidente Ševčuk. Bender è l'unica città Transnistriana a trovarsi al di qua del Nistro, sulla sponda destra. Il ponte che la congiunge con la capitale Tiraspol', percorso dai vecchi filobus sovietici, è stato teatro degli scontri tra l'esercito moldavo e l'esercito transnistriano nei primi anni '90. Nel 1990, quando era chiara la volontà di secedere dall'Unione Sovietica da parte della Repubblica Socialista Moldova – sottolineata anche dalla decisione del governo di Chișinău di non utilizzare più l'alfabeto cirillico per scrivere la propria lingua – la popolazione a maggioranza russa e ucraina della riva sinistra del Nistro iniziò a preoccuparsi per la volontà di derussificazione. La striscia di terra tra il confine con l'Ucraina e il Nistro dichiarò la propria indipendenza e sovranità e per difendere la stessa combatté con l'esercito moldavo. A fianco dei secessionisti transnistriani si schierò la Quattordicesima Armata della Guardia dell'Armata Rossa, sia per questioni prettamente geopolitiche sia per salvaguardare il controllo sull'enorme arsenale presente sul territorio della piccola Repubblica che non c'è. Secondo molte fonti, tra cui ispettori ONU spesso rimbalzati alla frontiera, su quelle armi e sulla fornitura di gas garantita da Mosca, si fonda l'economia del paese, dipinto da molti come un buco nero e un crocevia per il contrabbando di droga, persone e – soprattutto – armi.


Nonostante la fama, Tiraspol' sembra una città tranquilla, piena di centri commerciali a smentire chi parla dell'ultima repubblica sovietica ancora esistente, eppure ancora così ricca di simboli comunisti. Al nostro ingresso a Tiraspol' ci accoglie, oltre agli onnipresenti filtri e posti militari presidiati da militari russi, lo stadio dello Sheriff Tiraspol', talmente grande e moderno che perfino la nazionale moldava ci ha giocato. Lo Sheriff Tiraspol' invece per quasi tutto lo scorso decennio ha portato a casa la maggior parte dei titoli nazionali del campionato moldavo. Il centro di Tiraspol' invece è segnato dalla – bellissima – statua di Lenin, una delle poche ancora presenti al mondo, là dove la Ulica 25 Oktober si riversa in Ulica Suvorova. Lenin posa il suo sguardo sul memoriale per la guerra del 1992: Vlad ironizza sul fatto che il memoriale rechi scritto "Alle vittime dell'aggressore" e sulla fiamma, mantenuta viva con il gas di Mosca. Mentre mi scatta una foto vicino al carro armato sovietico che troneggia di fronte al memoriale, una signora di mezz'età ci bestemmia dietro qualcosa in russo. Vlad mi dice solo: "Non lo so, io ero lontano dal confine, loro erano qua. Probabilmente loro la guerra l'hanno sentita molto di più". Visitiamo una stupenda chiesa ortodossa e il mercato locale, così simile a quello di tante altre nazioni est europee. Cambio qualche lei moldavo in rubli transnistriani e il megafono continua a recitare una frase che si conclude con le parole Ulica Karla Marxa, via Karl Marx. Non siamo in un paese comunista, non più, ma ancora esiste un Soviet Supremo.


Andiamo a zonzo per la città, imbattendoci anche nell'ambasciata più curiosa al mondo: sono due bandiere che pochi riuscirebbero a riconoscere, quelle delle uniche due nazioni che riconoscono la Transnistria. Si tratta di altre due repubbliche de facto indipendenti, ma che non hanno alcun riconoscimento internazionale: l'Abcasia e l'Ossezia del Sud. Continua a colpire la forte presenza militare. Vlad sostiene che questa situazione convenga solamente ai russi, che vogliono mantenere un piede qui e che le cosiddette forze di pace mandate da Mosca sono in realtà il più grande pericolo per la stabilità della regione. Dice che in qualsiasi momento può scoppiare una guerra in Transnistria: in dicembre un ragazzo moldavo ubriaco non si è fermato a uno dei filtri stradali e un soldato russo gli ha sparato e l'ha ucciso, causando un ulteriore stallo diplomatico. Vlad spera che con  Ševčuk cambi qualcosa: è troppo difficile per lui che la gente vicina al confine debba affrontare continuamente le difficoltà dovute all'attraversamento della frontiera, all'utilizzo di una valuta che fuori dai confini non vale nulla, di targhe e passaporti che non vengono riconosciuti dalla comunità internazionale. Come se non bastasse, la questione transnistriana impedisce alla Moldova qualsiasi possibilità di integrazione europea, il tutto in nome di una questione la cui non risoluzione, secondo Vlad, giova soltanto al governo russo.


Visitiamo un parco dedicato alla vittoria del 1945, Vlad si chiede come sarebbe stato se avessero vinto i tedeschi. Gli chiedo come era la vita in Moldova quando era una parte della Moldova, mi risponde che, quando chiedeva ai suoi nonni se fosse meglio quando c'erano i russi o quando c'erano i romeni, i nonni rispondevano: "Era meglio quando non c'era nessuno". Stiamo dirigendoci verso casa quando la polizia stradale transnistriana mette fuori la paletta. Vlad scende e per alcuni minuti resto solo in macchina. "Cazzo cazzo", fa Vlad rientrando in macchina, "sono corrotti cazzo". Prende cento lei moldavi, li piega e li infila in un documento. Dopo una manciata di secondi siamo già ripartiti. Curiosamente, una scena simile si ripeterà al di là del confine, al ritorno in Moldova: Vlad guida troppo veloce e la stradale lo fa accostare. La scena è identica: "Cazzo cazzo, anche questi sono corrotti", cento lei piegati nel documento e poi ripartiamo. Stavolta se non altro l'infrazione era reale. Torniamo verso Chișinău, ho ancora 25 rubli transnistriani in tasca e un sacco di dubbi che la visita alla città non ha sciolto. Vedo in lontananza la fortezza di Bender e sorrido vedendo dei pali da rugby mentre passiamo di nuovo di fianco allo stadio della Dinamo Bender: la Transnistria è l'ultimo posto dove pensavo di vedere un segno rugbistico da qualche parte. Alla dogana la trafila è un po' più lunga che all'andata: controllano il bagagliaio, i sedili, il portadocumenti – d'altronde stiamo uscendo dal "buco nero del contrabbando". Ci lasciamo la Transnistria alle spalle e le "Porte della Città" di Chișinău ci riaccolgono. La Transnistria sembra un sogno bislacco, continuo a guardare i 25 rubli e mi convinco che si, sono stato in una repubblica che non c'è.




martedì 14 febbraio 2012

Dincolo de granița (Hardcore Moldovenesc part III)

Sono in ex URSS, ho passato il Prut, quel piccolo fiume che divide il mondo europeo che guarda a Bruxelles da quello ex sovietico, ancora condizionato da Mosca. In un paese dove fino al 2009 era in carica il Partito Comunista e che si trova senza un presidente da due anni, incastrato in una crisi politica per la quale non si vede nessuna soluzione. Mi piace guardarmi intorno e cercare di trovare le differenze. Tanti passaggi a livello senza barriere, qualche scritta in cirillico che comincia a fare capolino, qualche carrozza con i cavalli parcheggiata in strada, i nomi delle città che, da romaneggianti, diventano più marcatamente russofoni, come Romanovca, Alexeevca, Agronomovca e Hristoforovca. Iuri morde l'asfalto sulla ripida ed innevata salita di Cornești, di cui ero stato avvertito, poco dopo un piccolo gommista che ha intitolato la sua impresa "Sampdoria". Viene quasi da chiedersi come riesca la maršrutka a inerpicarsi tra la neve, mentre il motore brontola sommesso.


Mentre il sole cala e il cielo si fa scuro, dopo circa quattro o cinque ore di viaggio, raggiungiamo finalmente Chișinău. La gente continua a salire e scendere a fermate non segnalate, io mi guardo intorno. Su un muro c'è scritto Moldova e România (di solito in Romania si scrive la stessa cosa, con la parola Besarabia al posto di Moldova), mentre qualcuno ha corretto con un not e ha disegnato una falce e martello con la scritta CCCP in rosso. Arriviamo all'autogara che si trova vicino alla piața, il mercato principale di Chișinău. Vado a fare una scheda telefonica moldava e chiedo indicazioni per l'ostello, me lo cercano su internet e mi dicono di prendere il bus. Chiamo Vlad, il mio contatto a Chișinău e mi dice che posso andare a piedi: basta raggiungere il Bulevardul Ștefan cel Mare și Sfînt, il viale principale che dista duecento metri dalla stazione, e dovrei vederlo. Peccato che abbia capito che stia in un hotel omonimo al mio ostello, mentre il mio ostello si trova a tre chilometri di neve dall'autogara. Li faccio, ad ogni modo, col borsone in spalla, avventurandomi nella neve per una città che, al primo impatto – forse per buio, freddo e presenza delle forze dell'ordine – risulta un po' inquietante.



Sorrido vedendo dei manifesti rugbistici, chiedo indicazioni e mi scontro con l'accento moldavo, con il loro pronunciare ie al posto di e, con il loro pronunciare le o quasi come fossero a e con le loro elle arrotondate, lasciti di cinquant'anni di russificazione forzata. Passo di fianco a una grossa chiesa illuminata nel buio e, fin dall'altra parte della strada, si sollevano canti religiosi nell'aria. Rimango incantato e fotografo, e un passante attacca bottone: nonostante sia comunque presente, sembra minore la diffidenza dei moldavi, sembrano ancora aperti e disposti a fare due chiacchiere con uno sconosciuto, condividere con lui un pezzo di strada. Mi chiede perché fotografo, gli dico che sono turista, mi chiede se voglio vedere la chiesa ma gli spiego che voglio solo raggiungere il mio ostello e riposarmi dopo un lungo viaggio. Arriva l'attraversamento stradale, lui è diretto proprio alla funzione e mi saluta.


Attraverso un ponte che, invece di sovrastare un fiume, o una strada, divide la città da una specie di parte bassa della città con tanti tetti di lamiera, una manciata di luci e tanti latrati di cane. Fatico a trovare l'ostello, è alla fine di una via buia, resa sinistra dal fischiare del vento, ma finalmente posso appoggiare il mio bagaglio e entrare in un posto caldo. I ragazzi che lavorano lì sono anche gentili, mi offrono un piatto indiano e delle gran sorsate di Kvint, il famoso cognac della Transnistria, prodotto a Tiraspol'. Parliamo, intorno al tavolo. Io, un inglese, un olandese, una moldava, un canadese e uno statunitense. Gli ultimi due lavorano per l'ostello, hanno un visto valido per tre mesi e l'hanno lasciato scadere: sono praticamente clandestini e raccontano che qualcuno gli ha proposto una maniera per "pagarsi" i timbri per il rinnovo. Ancora più che l'Italia, ancora più che la Romania, la Moldova e tutta l'ex Unione Sovietica si sono fatte un nome per il loro grado di corruzione, per l'idea che tutto – proprio tutto – si possa comprare e abbia un prezzo.


Ci sbellichiamo dalle risate parlando di pesci lassativi e di siti che recensiscono le prostitute di Amsterdam, ma il discorso verte più che altro sulla Transnistria, sui passaporti, sul futuro della Moldova. La ragazza moldava dice che da un punto di vista è una fortuna: basta un passaporto, e nessun visto a pagamento, per visitare sia l'Unione Europea sia Ucraina, Bielorussia e Russia, anche se questo cambierà nel momento in cui la Romania entrerà in Schengen. L'idea che rimbalza è quella dell'integrazione europea, resa impossibile dalla questione transnistriana, oltre che difficile da tutta un'altra serie di ragioni economiche e politiche e da un'ampia serie di contraddizioni. A due passi dai recinti e tetti di lamiera e filo spinato della Strada Arborilor dove mi trovo sorge il Mall Dova, un enorme centro commerciale a quattro piani ("Il più grande di tutta la Moldova", ci tengono a sottolineare) con una riproduzione in scala della torre Eiffel, un'avveniristica fontana e, a parte il negozio di alimentari, una serie di catene occidentali con prezzi che stridono con i salari che vengono pagati normalmente in Bessarabia. Davanti al Mall c'è la fermata dei troleibuz, considerati dai moldavi una delle poche cose buone lasciate dai russi. Nonostante alcune carrozze nuove siano state acquistate dalla città di Chișinău con i fondi concessi dall'UE, sono ancora molti i residuati che si muovono per le strade della capitale, e i ragazzi mi raccontano di mezzi che prendono fuoco dalle ruote posteriori costringendo gli autisti ad evacuare la carrozza, o di pannelli del pavimento che saltano in aria con uno scoppio mentre il mezzo è in movimento. Sono sfinito, vado a letto. Quando entro in bagno noto la carta igienica, diversa dalla nostra: l'avevo vista così in un documentario ambientato in Ucraina. Non tutte le carte igieniche riescono col buco e, in ex Unione Sovietica, non si mette il rocchetto di cartone in mezzo: il rotolo è solo un rotolo di carta igienica, stretto e avvolto su sé stesso. Per me è anche un ulteriore segno che mi ricorda che qua siamo in un altro mondo, leggermente sbilenco rispetto al nostro.


Moldoveanul cu ochi de gheață (Hardcore Moldovenesc part II)


"Merge la Chișinău?" "Da" "Cât costa?" "120 de lei moldovenești sau 30 de RON". L'autista della maršrutka (anche se in romeno le chiamano rutierele) per Chișinău si chiama Iuri. A prima vista non gli si darebbe un centesimo: capelli bianchi, denti d'oro, colbacco e occhialoni quadri-mila-focali a fondo di bottiglia con montatura in tartaruga, di quelli proprio da nonnetto. Sale sulla maršrutka, tira via il pellicciotto e ha sotto un bomber senza maniche e una felpa. A quanto pare per Chișinău si circola davvero, anche se ci dice che la strada è brutta e che la sua sarà l'ultima maršrutka a partire per la capitale moldava quel giorno. Qualcuno gli chiede se c'è tempo per mangiarsi un panino – io stesso ho mangiato un boccone al baretto dell'autogara – e lui risponde tre volte, a distanza di un quarto d'ora l'una dall'altra, "Plecam în douazeci de minute", partiamo in venti minuti.

Iuri raccoglie i pacchi da portare a Chișinău – le maršrutke e i bus in generale in questa parte di Europa hanno ancora questa funzione, un po' affascinante, di diligenza postale, tipo vecchio western. E scopro che anche Iuri ha un sapore western, dopo che ha raccolto pacchi, soldi moldavi e romeni, rassicurato la gente: si mette al volante, cambia gli occhiali e acquista un piglio feroce al volante della maršrutka. Sembra un Clint Eastwood di oltrecortina (il Clint Eastwood invecchiato di adesso, con i capelli bianchi corti e lo sguardo tagliente), cresciuto invece che nel vecchio west morriconiano nell'inverno della Repubblica Socialista Moldava: un moldavo dagli occhi di ghiaccio, un Caronte traghettatore del fiume Prut.

Subito dopo la partenza lo chiama un suo amico, lui gli bercia nel cellulare che è già partito, ma che è ancora a Iași, di prendere un taxi e raggiungerlo repede alla prossima fermata. Spinge lentamente un motore ancora freddo sulle salite di Iași, si ferma un po' alla fermata, sale un poliziotto e prende posto. Aspetta un po' e l'altro non arriva, si parte, con il poliziotto a bordo che gli attacca bottone. Siamo ormai fuori da Iași, in una specie di valle, gli suona di nuovo il cellulare, e comincia il berciare: "Non ti ho visto e sono partito". Ci rifermiamo in mezzo alla strada, il poliziotto saluta e scende, noi rimaniamo fermi nella neve un quarto d'ora fino a quando il suo amico lo raggiunge e possiamo partire su una strada tortuosa, sporca e a tratti ghiacciata. In non più di venti minuti raggiungiamo Sculeni.


Sculeni è la fine dell'Unione Europea – o l'inizio dell'ex Unione Sovietica se vogliamo usare la prospettiva moscovita invece di quella di Bruxelles. È uno dei pochi punti di frontiera ancora aperti nonostante l'emergenza neve (la temperatura è a -12°C e la neve continua a cadere), quelli più a sud sono stati chiusi dalla Poliția de Frontieră Română, mentre a Ungheni si passa in treno. La maršrutka si ferma e siamo invitati a scendere e a recarci dentro all'edificio per dare il passaporto. Prima i romeni, poi i moldavi coi loro passaporti azzurri e in mezzo a loro, io. Consegno, guarda le pagine, mi chiede il motivo della visita e se è la mia prima visita, mi restituisce il passaporto ed esco da un'altra porta rispetto a quella dove sono entrato, dieci metri più in là. Risalgo sulla maršrutka. A un certo punto il poliziotto che ci aveva fatto scendere sale e chiama: "Băiat care are pașaportul din Italia". Mi alzo, scendo e lo seguo al gabbiotto. Guardano il mio passaporto, poi me, poi il passaporto, poi me – il tutto per un numero non ben definito di volte. La foto non somiglia molto a come sono ora, e il poliziotto mi sorride e ci scherza sopra, mi dice che sono dimagrito, mi chiede un altro documento e io provo a togliere gli occhiali per agevolarli. Alla fine si convincono, mi danno il mio passaporto e quello di Iuri, chiedendomi di restituirlo all'autista. Possiamo andare, almeno per ora.

Un segno indica che è finita l'Unione Europea, poi inizia il ponte sul fiume Prut, il corso d'acqua che segna il confine tra Moldova e Romania, un tempo unificate e ora divise dalla storia, da diversi punti di riferimento e da un po' di reciproca diffidenza – anche se unite dalla lingua, da alcuni riferimenti culturali (Ștefan cel Mare e Mihai Eminescu su tutti), da un certo grado di interscambio e da un regime di visti gratuiti che potrebbe saltare con l'ingresso della Romania in Schengen. Un tempo Iași era la capitale di tutto il principato di Moldavia, poi diviso quando l'Impero Russo si impadronì della Bessarabia. La Bessarabia, come la chiamano al di qua del Prut, divenne parte della Romania Mare, la grande Romania, dopo il ritiro dell'Unione Sovietica dalla Prima Guerra Mondiale, finché il patto Molotov-Ribbentrop e le truppe di Stalin se ne riappropriarono rendendola la RSS Moldova.

La RSS dichiarò la sua indipendenza nell'agosto 1991, mentre l'Unione Sovietica stava cadendo a pezzi, e rimase a lungo obbiettivo dell'irredentismo romeno, al punto che la legge sulla cittadinanza in Romania accorda la cittadinanza anche ai cittadini non romeni che abbiano perso la cittadinanza prima del 1989, ai loro figli e ai loro nipoti: un chiaro riferimento ai romeni di Bessarabia divenuti cittadini sovietici negli anni '40 e ai loro discendenti. Si stima che, su una repubblica di tre milioni di abitanti, trecentomila abbiano ottenuto la cittadinanza romena e un milione ne abbiano fatto richiesta. Quanti di loro lo facciano perché realmente si sentono romeni e quanti per avere accesso facilitato all'Unione Sovietica, non è dato sapere.

Alla fine del ponte c'è il cartello che indica l'inizio della Repubblica Moldova – un altro mondo, diviso da Stalin e dalla geopolitica negli anni '40 e rimasto un crocevia di nazionalità, lingue, culture e ambizioni politiche fino ad oggi. La maršrutka di Iuri si deve fermare nuovamente, stavolta al confine moldavo. Non ci fanno scendere, ma sale una guardia di frontiera moldava, stavolta in uniforme mimetica militare invece che della polizia, ritira i passaporti, passa più volte lo sguardo tra la mia foto del passaporto e il mio volto. Poi scende con i passaporti e, dopo dieci lunghi minuti di controlli e dopo aver fatto scendere uno dei passeggeri, sale a restituirceli e ci lascia andare. Chișinău è ancora lontana, ma non importa: sono in ex Unione Sovietica.

Mă descurc (Hardcore Moldovenesc part I)

Sebastiano è partito, è tornato a Bucarest senza passare per Costanza visto che la CFR, per via delle condizioni meteo, ha annullato praticamente tutti i treni per il mar Nero. Wacyl è arrivato a Buzău (normalmente due o tre ore di treno da Bucarest), ma quando dopo dieci ore si è trovato ancora bloccato lì, ha preso un altro treno ed è tornato a Bucarest. Io ho lasciato l'ostello a Iași e mi sono trovato da solo nella neve, con un po' di malumore e di dubbi sulla continuazione del mio viaggio.

Esco dall'ostello, vado alla fermata del tram - finalmente ho preso un tram a Iași, ci tenevo parecchio, sono bellissimi - e il bigliettaio, dopo avermi fatto il biglietto e spiegato che linee prendere per la Gara de Nord, mi apostrofa con un "Nu sunteți român! De unde sunteți?". "Din Italia", gli rispondo, e lui mi chiede "Și de unde aveți învațat limba?" "Am locuit șase luni la București" "Șase luni! Aveți învațat repede!". E io, timidamente ma con una punta di orgoglio: "Mă descurc". Me la cavo, mi arrangio. E sorrido.

Scendo alla Gara, da cui partì uno dei peggiori pogrom degli anni '40, chiedo informazioni sui treni per Chișinău: il leggendario Prietenia, che a Ungheni viene sollevato per cambiare i carrelli dei vagoni a causa del differente scartamento dei binari tra Romania ed ex Unione Sovietica. Mi dicono che si circola con parecchio ritardo, e che arriverei come minimo alle tre di notte. Meglio lasciar perdere, proviamo con i bus. Attraverso la strada per raggiungere l'autogara e al semaforo un uomo cerca di tirare fuori il cellulare di tasca, tenendo con una mano una borsa e con l'altra un bicchiere di the caldo pieno in equilibrio. Mi offro di aiutare. Lui mi sorride storto e mi fa "Mă descurc!".

All'autogara c'è da ammattire. Un ufficio mi manda alla biglietteria, la biglietteria all'ufficio informazioni, l'ufficio informazioni è chiuso, la biglietteria mi dice di aspettare e infine chiedo - e trovo risposta - al deposito bagagli (!) che mi fornisce il numero dell'autista. Lo chiamo, mi dice di attendere all'autogara. Il foglietto dice che si pare all'una, ma all'una e venti ancora non si vede nulla e un losco figuro di nome Gheorghe si offre di portarmi in macchina: ovviamente non mi fido. Cerco di parlare con qualcuno che possa darmi informazioni, ma nessuno è in grado di aiutarmi, nemmeno il sosia taleban-armeno-georgiano di Gheorghe Mureşan che lavora all'autogara. Sto per desistere, intirizzito e infastidito; per attraversare di nuovo la strada e chiedere quando parte il prossimo treno per Cluj, quando improvvisamente due maršrutke entrano nell'autogara: una viene da Piatra Neamț ed è diretta proprio a Chișinău. Può iniziare il mio viaggio verso il confine dell'ex Impero.

Hardcore Moldovenesc


Viaggio per la prima volta all'interno dell'ex Impero, della vecchia Unione Sovietica alla caccia del confine dell'Europa e di uno stato che non c'è. Post in episodi.

Hardcore Moldovenesc/Молдавский Хардкор/Moldavskij Chardkor

București - Iași - Chișinău/Кишинёв
Tiraspol'/Тирасполь - Chișinău/Кишинёв - 
Cluj-Napoca/Kolozsvár/Klausenburg - București. 

Prologo. Iași și iarna de lupii (București - Iași)
I. Mă descurc (Iași)
II. Moldoveanul cu ochi de gheață (Iași - Sculeni)
III. Dincolo de granița (Sculeni - Chișinău)
IV. Stânga Nistrului (Chișinău - Tiraspol' - Chișinău)

Iași și iarna de lupii

Chiusi sei mesi di vita bucarestina in un po' di valigie, ho dormito la mia ultima notte nella mia stanza svuotata: nulla negli armadi, solo il PC e il passaporto sul comodino, e il borsone per il viaggio. La mattina Bucarest mi ha salutato - per ora - con una nevicata a fiocchi grandi e con qualche preoccupazione, mentre cercavo di mantenermi in piedi sul marciapiede ghiacciato per andare a Obor, e da lì alla Gara de Nord per mettermi finalmente in viaggio. In questi sei mesi bucarestini mi è mancato di esplorare il resto della Romania: poco tempo, e imprevisti che si mettevano in mezzo ogniqualvolta organizzassi qualcosa. Stavolta non mi ha fermato la neve, né la solitudine. Anzi, quest'ultima è stata alleviata da un nuovo amico, Sebastiano: amico di un amico, mi ha contattato il giorno prima della mia partenza, ed è stato bello condividere pane, biscotti, ostello, treno e chiacchiere mentre ci muovevamo per una Romania sempre più bianca.


La prima tappa del mio viaggio è stata Iași, da cui ora scrivo con grande incertezza su cosa verrà dopo. L'itinerario di viaggio dice Chișinău e Tiraspol', per poi saltare al di là dei Carpazi, a Cluj-Napoca - anche per riviverla a un decennio di distanza rispetto a una mia vecchia amica, e poi a Timișoara, la città della prima scânteia, la prima scintilla della Rivoluzione. Ora il programma è un po' in dubbio, la neve sta sferzando tutta la Romania, nel sud con venti oltre i 60-70 km/h, e il maltempo sta condizionando tutti i viaggi, compresi quelli di Sebastiano e Wacyl. Sebastiano, che è venuto in Romania a studiare Ovidio, doveva raggiungere Costanza, città dell'esilio del poeta romano, prima di fare ritorno alla sua Sicilia. Wacyl, il mio coinquilino svizzero, è stato bloccato a Buzău per ore mentre cercava di raggiungermi da Bucarest, e ora ha saggiamente deciso di tornare alla base. A me non resta che capire se i bus per Chișinău sono garantiti, domani dovrebbe smettere di nevicare e quindi lo spostamento a Cluj, che si trova nella zona verde (qui a Iași siamo in zona gialla, mentre Bucarest e Costanza sono sotto codice arancione), non dovrebbe rivelarsi problematico - o almeno spero.


Le sette ore di treno tra la Gara de Nord e la stazione di Iași sono state un lungo incedere per quasi cinquecento chilometri di bianco ininterrotto. Poche le città, desolato il panorama, fitto di paesini di poche case isolati nella grande piana bianca, o di costruzioni industriali o agricole, spesso in disarmo, che davano al paesaggio un tono quasi apocalittico, reso ancora più spettrale dal calare della sera. Bacău attraversata da un tubo in bella vista. Poche luci isolate, paesini distanziati di parecchi chilometri e isolati nel bianco, un'atmosfera da Fargo. Un po' di calore ce l'ha restituito un vecchietto che, in treno, ci ha mostrato foto in bianco e nero senza che noi potessimo comprendere le parole che sussurrava, in romeno stretto, nello sferragliare del treno. Foto degli anni '40, della madre, del padre, del fratello, mentre cercavo di rincorrere il suo discorso e mi aggrappavo alle poche parole che comprendevo, nomi di città per la maggior parte.




E ancora calore, nonostante i -11°C e la neve che ha cominciato a scendere un'ora dopo il nostro arrivo, ce l'ha restituito Iași. Imbiancata, in salita, con poche persone in giro, eppure incantevole, con tanti tram in movimento e tanti palazzi storici resi forse ulteriormente magici dal candore che li circondava. Ostello e bagagli, muri che sanno di vernice e un grosso cane che si aggira per i corridoi: camminiamo un po', troviamo un posto dove mangiare, poi torniamo dentro e ci addormentiamo sfiniti, pronti a esplorare la cittadina al mattino. Tante università, le statue dei voivodi, lo stadio del Politehnica, la strada ora non più dedicata a Engels, la statua dell'Indipendenza, i parchi innevati, le chiese silenziose e una salita interminabile, resa ancora più faticosa dalla neve che andava accumulandosi. Una neve che è diventata sempre più insistente di ora in ora, mentre noi ci avventuravamo in direzione della cattedrale metropolitana e scoprivamo il mercato agronomico completamente ricoperto di neve.












domenica 12 febbraio 2012

Prietenul meu Holden și eu

”De fapt, adevăratul motiv pentru care mai bănănăiam pe acolo e că încercam să mă obișnuiesc cu senzația de rămas-bun. Mi s-a întîmplat să plec din școli sau case fără să am cea mai vagă senzație că plec. Urăsc treaba asta. Nu-mi pasă dacă e o despărțire tristă sau o despărțire proastă, dar cînd plec de undeva îmi place să simt că plec. Dacă nu simți, e încă și mai rău„